Ricordando Luciano Farinelli, “militante coriaceo”

Ricordiamo insieme Paolo Finzi, direttore di “A rivista anarchica” (recentemente scomparso) e Luciano Farinelli, storico direttore de “L’Internazionale”

“Una persona semplice, un militante coriaceo
di Paolo Finzi  [ da A rivista anarchica  anno 25 nr. 222 novembre 1995]

Il 24 giugno [1995] è morto ad Arcevia (Ancona) Luciano Farinelli. Non aveva ancora compiuto 64 anni. Era nato ad Ancona il 24 settembre 1931. Dopo il ricordo di Liuba Casaccia pubblicato sullo scorso numero, ecco quello di un nostro redattore

Quando, negli anni drammatici ed entusiasmanti che vanno dalla caduta di Mussolini (luglio ’43) all’immediato dopoguerra, il giovane Farinelli si avvicina al movimento anarchico in Ancona, non è certo solo. Sono tanti i giovani che, in quel clima di entusiasmo per la fine della dittatura, di speranze suscitate dalla Resistenza antifascista e di sensazioni di poter finalmente costruire qualcosa di migliore e di radicalmente diverso, entrano in contatto con gli anarchici, si stringono intorno ai numerosi “reduci” dalle galere, dal conflitto, dall’esilio – che costituiscono la colonna vertebrale di un movimento che si riaffaccia sulla scena sociale immediatamente catalizzando una fetta significativa di quelle speranze e di quelle illusioni.
Per ragioni complesse, che vanno anche al di là dei limiti e delle carenze del movimento anarchico (ma certo non vi prescindono), quell’ondata post-resistenziale si prosciugò e la sinistra rimase per decenni sotto la pesante cappa del comunismo stalinista. Il movimento anarchico, pur ridotto fortemente di numero e di capacità di influenza, seppe resistere.
Di quella generazione nata in era fascista, cresciuta balilla tra sabati fascisti e posti al sole da conquistare, Luciano fu tra i non molti che resistette alla risacca e non cedette (come molti) alle sirene dell’efficientismo “anticapitalista” dei comunisti, rimanendo anarchico (giovane anarchico) in tempi non facili.
Quando la mia generazione – nata all’indomani della Resistenza – si affacciò a ridosso del ’68 all’impegno sociale, trovò un movimento anarchico sempre modesto nei numeri e nell’influenza, ancora incentrato principalmente sui militanti della lotta antifascista (i Marzocchi, i Turroni, i Failla, ecc.), ormai sessanta/settantenni. Pochi erano i compagni di mezza età: tra i pochi, tra i più attivi, ricordo Luciano Farinelli (che ad Ancona curava la pubblicazione dell’allora quindicinale l’Internazionale) e – tra i primissimi anarchici in carne ed ossa che conobbi, il primo a parlarmi dell’Internazionale e del suo redattore – Giuseppe Pinelli (assassinato poi, nella notte tra il 15 ed il 16 dicembre ’69, nella questura di Milano.
Non ricordo quando e dove per la prima volta io abbia incontrato Luciano. Ricordo però bene come entrai in rapporto con lui. Nell’estate del ’69 avevo iniziato ad inviare degli articoli ad Umanità Nova, il settimanale della Federazione Anarchica Italiana. Pinelli, che avevo conosciuto nel marzo del ’68 e che incontravo al Circolo anarchico “Ponte della Ghisolfa”, mi suggerì di inviare anche uno scritto al giornale di Farinelli, che era espressione dei Gruppi d’Iniziativa Anarchica, nati nel ’65 in seguito ad una dolorosa scissione – provocata anche da divergenze sulle modalità organizzative del movimento anarchico. E questo, sosteneva Pinelli (ed io mi trovai d’accordo con lui), anche per non dare l’impressione di aver fatto una scelta di campo a favore della FAI (e contro i GIA), tanto più che il nostro Circolo era mosso da una volontà di superamento di quei contrasti e delle diatribe di cui erano espressione e causa. Inviai così uno scritto a Farinelli, che mi rispose subito due righe gentili, invitandomi anche per il futuro a collaborare con l’Internazionale. Dalla data di invio di quell’articolo al ricevimento, da parte mia, del giornale con il mio articolo pubblicato, ci fu – tra l’altro – la strage di piazza Fontana. E proprio al ritorno a casa dopo una nottata ed una giornata trascorse nelle celle della questura di Milano (insieme con un centinaio di libertari milanesi, tutti “sospettati” per la strage), la sera del 13 dicembre ’69 trovai la busta inviatami da Farinelli con il mio primo articolo pubblicato su l’Internazionale, con un titolo che mi inorgoglì “Idee chiare di un giovane sull’anarchismo”. I casi della vita: oltre 25 anni dopo, l’ultimo scritto di Luciano, uscito postumo, sarebbe apparso sulla rivista di cui sono tra i redattori.
Nacque in quel clima la mia amicizia con Luciano, basata innanzitutto sulla stima reciproca, sul comune sentire su molti temi ed anche sul rispetto che mai venne meno tra noi in occasione (e non mancarono di certo) di divergenze di valutazione su singoli fatti o persone ed anche su alcune linee di fondo dell’anarchismo.
Un percorso militante “normale”, il suo, senza episodi “eroici” né imprese eccezionali. Luciano era così: una persona semplice, coriacea nel suo impegno quotidiano, aliena da estremismi, tanto convinta delle sue idee (o meglio dell’Idea con la “i” maiuscola) quanto capace di ascoltare le ragioni degli altri. Esemplare il suo rapporto con i repubblicani, uno dei tre filoni storici della sinistra (gli altri due erano il socialista e l’anarchico), ad Ancona come in generale nelle Marche ed in Romagna: un rapporto molto intenso, fatto di reciproco rispetto ed anche di collaborazione – soprattutto negli anni ’50 e ’60 – in varie occasioni (dalle battaglie anticlericali alla solidarietà con la Spagna antifranchista), ma anche di dure polemiche – di cui resta testimonianza nelle collezioni del l’Internazionale e del repubblicano Il Lucifero.
Ad Ancona era ben conosciuto e stimato da quanti si occupavano di politica e comunque si impegnavano nella vita pubblica. Il suo legame con la città era fortissimo, un legame con la sua tradizione libertaria, innanzitutto, di cui Luciano era fiero: dalle lotte sciali del ’98 al ruolo centrale nella Settimana Rossa del giugno ’14, dalla rivolta dei bersaglieri nel ’20 al tributo pagato nella lotta contro il fascismo. Farinelli sentiva suo compito naturale quello di tener viva la memoria di quegli avvenimenti, tanti protagonisti dei quali (uno per tutti, il vecchio Fattori) ebbe modo di conoscere, di frequentare ed anche di aiutare in mille modi negli anni difficili della vecchiaia. Ed è in questo contesto che si inserisce la sua ferma volontà di non perdere occasione per ricordare il passato: ricordo qui solo due iniziative, ad entrambe le quali Luciano mi propose tra gli oratori (e sono tra i più bei ricordi che serbo): nel 1982 la celebrazione del 50° anniversario della morte di Errico Malatesta (con convegno di studi, corteo con comizio finale per le vie del centro, ecc.) e nel giugno dello scorso anno un’iniziativa nel 70° anniversario della Settimana Rossa.
Già, Errico Malatesta. Come per tanti compagni che ho conosciuto, il legame di Luciano con Malatesta era del tutto particolare. Ne apprezzava e direi quasi amava il linguaggio chiaro e semplice, pacato nell’argomentare quanto fermo nel chiarire. Condivideva nella sostanza le sue idee sulle questioni principali, con inevitabili sfumature e sottolineature. Per sottolineare questo suo legame, ad un certo punto aggiunse – come sottotitolo – all’Internazionale la dicitura “giornale fondato d Errico Malatesta nel 1903”, richiamandosi appunto ad un omonimo periodico dei tempi che furono. Grazie a questo ancoraggio ideale, ma grazie anche alla sua concreta volontà di contribuire alla costruzione di un movimento anarchico serio e responsabile, Farinelli – che pure visse direttamente più di una stagione di polemiche interne – non perse mai la bussola militante e, una volta archiviate le fasi più polemiche della citata scissione del ’65 tra FAI e GIA, dette un suo contributo personale alla ritrovata collaborazione tra le varie componenti organizzate dell’anarchismo di lingua italiana (soprattutto a partire dalla campagna di controinformazione sulla strage di stato del ’69). Negli ultimi anni della sua vita, adempiendo agli impegni presi nella gestione sia del Comitato Nazionale Pro Vittime Politiche sia della Commissione di Corrispondenza dei Gruppi d’Iniziativa Anarchica, ha avuto modo di dare ulteriori contributi in tal senso.
Luciano era (ed anche in questo ci assomigliavamo) direi irrimediabilmente, quasi geneticamente, legato al “vecchio” anarchismo, o meglio all’anarchismo dei compagni che lui aveva conosciuto vecchi (o prossimi ad essere tali) negli anni della sua gioventù. Era legato a quell’ambiente, a quel modo di fare propaganda, a quelle atmosfere che si respiravano negli incontri e nei congressi anarchici dall’immediato dopoguerra alla fine degli anni ’60. Era (anarchicamente parlando) nato in quel mondo e lo sentiva il suo mondo.
Ma aveva saputo non fossilizzarsi. Non senza difficoltà, cercava di stare al passo coi tempi, di cogliere quanto di interessante e di libertario si muoveva in campo sociale, di collegare la Storia di cui si sentiva orgogliosamente un tedoforo con il contraddittorio presente, ostico a volte da capire e da trasformare ma fondamentale per chi – come lui – aveva fortissimo il senso di concretezza dell’anarchismo. Non una bella idea astratta, da vagheggiare, ma un patrimonio di idee e di lotta universalmente “utilizzabile” per tentare di trasformare il presente.
Una vita “normale”, dicevo prima, quella di Luciano. Eppure proprio nell’assenza di episodi eclatanti sta il filo rosso-nero di un percorso umano e militante che attraversa mezzo secolo della nostra storia. Disillusioni, delusioni, anche carognate ne ha subite non poche Luciano – che a sue spese aveva imparato quanto può costare il vivere associato in un movimento ricco sì di belle, ed anche meravigliose persone, ma non privo (come tutti gli ambiti umani) di meschinità, gelosie, cattiverie.
Eppure quest’uomo, che dalla sua scrivania per decenni ha saputo essere uno snodo di informazioni, conoscenze, attività in tutto il mondo (si pensi solo al suo legame fortissimo con centinaia e centinaia di anarchici di lingua italiana emigrati prevalentemente in Nord America), non ha mai mollato. Con l’Internazionale (prima quindicinale, poi bimestrale), con le sue lettere, con la sua presenza a numerose iniziative ha rappresentato per tanti compagni e per l’intera comunità anarchica un punto sicuro di riferimento. In questo simile all’anarchico al quale più di chiunque altro si è sentito vicino, quel Pio Turroni di Cesena che per Luciano, per me e per tanti altri è stato un tramite di umanità, di militanza e di anarchismo vissuto – una di quelle persone che ti danno appieno il senso della fierezza di appartenere a questo movimento.
Tante altre cose mi vengono in mente ricordando Luciano. Dovrà esserci un’occasione più serena, meno a ridosso dell’emozione per la sua scomparsa, per ricordarlo degnamente. Un numero speciale de l’Internazionale? Un libro? Un convegno? I suoi scritti scelti? Non so, sento solo che al ricco patrimonio storico, ideale ed umano che lui ha cercato di tenere in vita e di trasmettere per tutta la sua esistenza, si aggiunge ora – ennesima tessera di un infinito mosaico – anche la sua vita, la sua testimonianza.”

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