Zapatismo: dalla rivolta all’autonomia autoritaria (di Javier Herrera)

Dalla rivolta all’autonomia autoritaria
di Javier Herrera
La nostra rivista ha seguito fin dall’inizio (1° gennaio 1994) l’esperienza di vita e di lotta delle comunità zapatiste nella regione messicana del Chiapas. In particolare, ma non solo, tramite le corrispondenze di Orsetta Bellani, che sono state poi raccolte in un libro pubblicato in Italia dalle edizioni La Fiaccola. Altri contributi abbiamo pubblicato di Claudio Albertani, che ci ha inviato questo testo radicalmente critico con gli esiti dell’esperienza zapatista. La questione è caliente, perché non è mai facile esaminare criticamente delle esperienze di lotta in corso. Ma come in Russia nel 1917 e negli anni seguenti, come in Spagna nel 1936/1937, come in Rojava nei giorni nostri – e sono solo tre dei numerosi esempi possibili – la critica libertaria e anti-autoritaria non deve mai cessare di essere al centro della nostra analisi e delle nostre scelte di solidarietà. “Noi discutiamo di tutto, da dio al verme” ci piace ripetere. E anche il Chiapas è compreso tra questi due estremi. Il dibattito, mai chiuso, è aperto più che mai.

Sapeva comandare, perché prima seppe imparare ad obbedire.
Comunicato confidenziale ai militanti delle Forze di liberazione nazionale, Messico, 1 ottobre 1976

Per noi anarchici è complicato scrivere delle lotte che abbiamo intrapreso e vissuto, tanto più se questa lotta l’abbiamo affrontata con un’organizzazione non anarchica. È complicato perché le nostre parole saranno critiche e dense di giudizio, per questo le conserviamo con grande silenzio e il tempo inizia a dissolverle. Questo scritto non vuole far dimenticare la lotta fatta e vissuta. È l’inizio di una riflessione a voce alta di un’esperienza in Messico e in particolare in Chiapas. Resta tanto da dire, scrivere e discutere, ma chissà forse abbiamo iniziato.
All’inizio degli anni ’90, nella città messicana di Querétaro, iniziai ad avvicinarmi alle idee anarchiche attraverso la musica, la lettura di riviste, fanzine e i pochissimi libri che riuscivo a trovare sull’argomento. In seguito, divenni militante di un’organizzazione anarchica messicana. Cominciò così la mia partecipazione a quella che era conosciuta come Rete Amore e Rabbia (e, in seguito, Federazione Anarchica Amore e Rabbia, FARAR), che si stabilì a Città del Messico. Quella Rete aveva l’obiettivo di creare gruppi anarchici in Messico (ne esistevano già in Canada e negli Stati Uniti)1 per lavorare su temi differenti, con una base ideologica che faceva riferimento all’anarchismo rivoluzionario2. Non si è mai riusciti a creare gruppi sul territorio messicano e l’unico gruppo più o meno consolidato è stato quello di Città del Messico, con la pubblicazione di un periodico come mezzo di propaganda e organizzazione. A dire il vero, il livello teorico delle mie conoscenze sull’anarchismo era molto basico e ancor più basica era la loro pratica nella realtà in cui vivevamo. Quindi militare in un’organizzazione anarchica suonava molto interessante, ma non avevo ben chiaro di che si trattasse, anche perché nella città di Querétaro ero l’unico militante di Amore e Rabbia.
Mentre cercavo di comprendere l’anarchismo e la sua messa in pratica, arrivò il 1° gennaio del 1994. In Chiapas, Messico, ebbe luogo la rivolta armata dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN), che rese nota la sua Dichiarazione della Selva Lacandona (o Dichiarazione di guerra) e invitò il popolo messicano a lottare e a partecipare alla sua guerra rivoluzionaria contro il governo messicano3. La rivolta provocò sorpresa, ammirazione, simpatia, meraviglia, dubbi e ancora più dubbi. Capimmo che non era una rivolta dai tratti anarchici, proprio per la Dichiarazione della Selva Lacandona e poi per le parole del suo comando militare, con il suo nazionalismo messicano e un’organizzazione basata su una gerarchia politica e militare. Tuttavia, da anarchici rivoluzionari sapevamo che la ribellione era giustificata e che dovevamo appoggiare “l’utilizzo di ogni mezzo necessario per l’emancipazione dell’umanità e porre fine alla guerra, alla povertà, alla fame, alla miseria. Appoggiamo l’uso di tattiche differenti contro il sistema attuale e per lo sviluppo di una rivoluzione sociale.” “L’anarchismo è un corpo vivo fatto di teoria e pratica, connesso direttamente alle esperienze vissute dagli oppressi nelle lotte per la loro liberazione.”4
Ci convinse e ci entusiasmò anche un’altra argomentazione: quella dell’assenza di potere, dell’antiautoritarismo, dell’orizzontalità nella propria organizzazione, e quella della creazione di un’autonomia dove si potesse costruire una società differente insieme ai popoli.
In sintesi: abbiamo creduto che si potesse fare una rivoluzione nel pieno senso del termine e che come anarchici dovessimo batterci e lottare in questa rivoluzione per distruggere e cambiare questa società autoritaria. Dovevamo avere a che fare con essa e partecipare al processo, quindi ci buttammo nell’appoggio e nella partecipazione totale per e con l’EZLN.

Al fianco degli zapatisti

Dunque, al principio del 1994 alcuni compagni e compagne andarono alla ricerca dei componenti dell’EZLN e li incontrarono. Con loro furono raggiunti alcuni accordi per l’aiuto materiale e la creazione di un progetto nella zona zapatista. Gli accordi furono raggiunti con la dirigenza politico-militare: il Subcomandante Marcos e il Maggiore Moisés (noti oggi come Subcomandante Galeano e Subcomandante Moisés).
In cosa consisteva il progetto? Nel creare un canale di appoggio diretto con i villaggi zapatisti attraverso un “campo di solidarietà diretta” (non volevamo infatti partecipare ai cosiddetti campi civili per la pace del Centro per i diritti umani “Fray Bartolomé de las Casas”, che ci sembravano una finzione e inoltre erano controllati dalla chiesa cattolica). Si sviluppavano tre temi: educazione, salute e donne (e in più, a lungo termine, occorreva costruire un sistema di acqua potabile e l’elettrificazione della comunità). Il progetto iniziò il primo maggio del 1996 nella comunità zapatista Santa Rosa el Copán del municipio de “Las Margaritas”5 (il lavoro in quel luogo era sottoposto a una serie di limitazioni poste dalla dirigenza zapatista, come quella di non intromettersi nella vita, nell’organizzazione e nella politica della comunità); il campo di solidarietà diretta fu chiamato “Martiri di Chicago”, mentre invece aprimmo una scuola primaria che intitolammo “Scuola anti-autoritaria Primo Maggio” (sottolineo la parola “intitolammo” perché non chiedemmo quale opinione avessero a riguardo le persone della comunità, e nemmeno sulla maggior parte delle questioni inserite nel progetto).
Avevamo molte teorie anarchiche e volevamo trovare il modo di applicarle in questa comunità, ma il problema era che nella pratica non sapevamo come affrontare le questioni del progetto da un punto di vista anarchico, anzi mi azzarderei a dire da nessun altro punto di vista. Inoltre la vita quotidiana nel campo era all’opposto di una buona convivenza tra compagni di idee, e tirammo fuori tutto il peggio di noi: nessun lavoro nella comunità, superbia, quasi nessuna solidarietà tra di noi ed espulsioni. Infine, non avevamo abbastanza compagni per sostenere il progetto. Il poco di organizzazione che avevamo si concentrò nel Chiapas. Per tutti questi motivi, dovemmo mettere fine al progetto6, così come alla rivista e all’organizzazione Amore e Rabbia in Messico.7
Ricapitolando: lo zapatismo ci assorbì, con la nostra complicità.
Nonostante la brutta esperienza vissuta e l’illusione di lavorare con dei compagni anarchici, continuavo a credere che lo zapatismo fosse un’opzione politica per cambiare la società e arrivare a una libertà costruita da tutti. Per giungere a questa libertà bisognava lavorare e sviluppare l’autonomia proposta dagli zapatisti, ma in cosa consisteva questa autonomia? Era, con le parole del Comandante David, “la facoltà dei popoli indigeni di prendere decisioni su differenti livelli della vita: politico, economico, sociale, culturale, religioso e territoriale”; era il “prendere da soli le decisioni per il benessere del popolo”, affinché “da soli i popoli possano muoversi, pensare, agire (…) per il fine che essi vogliono, ma con libertà e in coerenza con le proprie idee.”8
Dunque partecipai9, in modo individuale dal 1997 al 2006, alla costruzione dell’educazione autonoma zapatista in una parte della Zona Altos del Chiapas, conosciuta come le Comunità del Sud di San Cristóbal de las Casas10 e successivamente in gran parte della Zona Altos del Chiapas con la Carovana II “Resistenza e Ribellione per l’umanità”.
Io partecipavo attraverso un’organizzazione non governativa (chiamata Formazione e Addestramento A.C. FOCA) di San Cristóbal de las Casas che era legata, e in parte integrata, allo zapatismo delle Comunità del Sud. Fu un’esperienza di quasi 9 anni, in cui si è passati dall’assistenzialismo alla creazione con i villaggi, le comunità e i gruppi di una educazione autonoma zapatista. Si è fatto tutto il possibile affinché il progetto di educazione sorgesse dai villaggi e fosse loro. Sono stati anni in cui arrivai a pensare che stessimo davvero costruendo un’altra educazione: libera, autonoma, critica, pensante, diversa, che fosse di tutto il popolo e per tutto il popolo, e che fosse uno strumento di emancipazione e cambiamento della società.
In quegli anni ho potuto conoscere dall’interno il funzionamento dei villaggi zapatisti; questa conoscenza e apprendimento sono sempre stati ottenuti rispettando le loro decisioni e il loro modo di concepire il proprio agire. Tuttavia sorgevano molte contraddizioni tra ciò che io pensavo in quanto anarchico e quello che facevano loro, ma lo giustificavo perché pensavo: “non essere quadrato, dogmatico e purista”, “non è semplice cambiare una società e inoltre ci vuole tempo”, “certo, tu vieni dalla città e questo è il mondo indigeno, non comprendi tutto”, “non tentare di porre le teorie anarchiche in pratica”, “sono decisioni loro”. In sostanza, come scrisse alcuni anni fa anche un compagno del defunto Comitato di solidarietà con il Messico di Amsterdam: “Noialtr@ abbiamo agito come fanno molt@ “militanti”: abbiamo messo da parte i nostri sentimenti, dubbi e critiche nell’interesse della “causa”. Più tardi abbiamo capito di aver fatto un grande errore. Questo è un errore da cui abbiamo imparato, ma di certo ne abbiamo commessi altri.”11

Mural nel Caracol di Oventic
Contraddizioni e autoritarismo

Le contraddizioni che vivevo, che si sono poi convertite in critiche e più avanti nella rottura con l’EZLN, si possono riassumere in due questioni.
Il primo grande problema con lo zapatismo è che esiste un discorso rivolto all’esterno, diretto maggiormente alla società civile, al popolo messicano, ai suoi simpatizzanti e persino alla sua base, e un altro discorso rivolto all’interno, alla sua struttura interna come organizzazione.
Il discorso verso l’esterno sostiene che nei cosiddetti territori zapatisti si eserciti un’autonomia dove il popolo (il basso) è quello che decide tutto, che il modo di lavorare negli ambiti della salute, dell’educazione, della giustizia, ecc. si stabilisce nelle assemblee comunitarie (si dice che in queste assemblee si discute tutto, si studia e si arriva alle conclusioni); che la base della resistenza e della lotta si fonda sul popolo e che uno dei suoi principi, come organizzazione, è il “comandare obbedendo” che sorge dal popolo.
Tuttavia i discorsi, e soprattutto la pratica, verso l’interno, sono tutto il contrario: esiste un sopra e un sotto. Chi sta sopra sono i comandi politico-militari e i leader delle comunità (Comandanti); sono loro che hanno l’ultima parola su qualunque tipo di progetto; sono loro che determinano se il lavoro di educazione, salute, giustizia, governo, ecc. va bene o male e sono loro che prendono le decisioni politiche dello zapatismo. Quelli di sotto sono la base e tutti i responsabili locali e regionali eseguono gli ordini che vengono impartiti; fanno riunioni nei propri villaggi dove si leggono solamente gli scritti del Comando Zapatista; le assemblee servono solo per questioni logistiche richieste dall’organizzazione o per risolvere i problemi interni alle comunità.
E questo porta al secondo problema: l’autoritarismo. Perché sulle decisioni che vengono prese dall’alto non può esistere la discussione, il dialogo, la riflessione e lo scambio di idee con la propria base zapatista. Non esistono le assemblee dove si discute per ore una proposta o una decisione politica. Non esiste questo “avanzare domandando”. Non è scontato che “qui comanda il popolo e il governo obbedisce”. Quello che esiste è un’autonomia dove si comanda e si ubbidisce.
Per sostenere quanto appena detto, racconto due esempi che ho vissuto.

Una sola educazione possibile

Nell’anno 2003 furono create le Giunte di buon governo nei territori zapatisti: in teoria, l’applicazione degli Accordi di San Andrés Sakam´chen doveva essere un avanzamento nell’autonomia e il contrappeso per equilibrare lo sviluppo dei municipi autonomi e delle comunità, per far sì che la voce dei popoli fosse affermata da loro stessi e non dall’EZLN, dal momento che nei discorsi dell’EZLN quest’ultimo è la parte militare e la base sono i civili.
Sull’educazione, una delle aree principali dell’autonomia zapatista, si diceva che questa “dovesse procedere come in politica, ossia dal basso verso l’alto”, costruendo un’educazione che venisse dal popolo, dove si teneva conto della sua parola. Dove, come diceva il coordinamento dell’educazione della Zona Altos, l’educazione autonoma, avrebbe dovuto: “insegnare imparando ed educare producendo nuovi mondi. Dobbiamo sapere che nessuno educa nessuno, e nessuno si educa da solo, ma tutti, ossia in modo collettivo, ci educhiamo”.12 E ancora “con il contributo degli anziani, del popolo, dei rappresentanti, delle donne, degli uomini, i giovani, che hanno dato il loro punto di vista per iniziare a tracciare o pianificare una guida di lavoro che serva da piano per le scuole primarie autonome”.13
Il problema di tutto questo era che rimanevano solo discorsi, che all’orecchio suonavano bene, ma nella pratica cosa si faceva?
Ciò che avvenne fu che vennero eliminati i pochi progressi, costati molti sforzi, in alcune località della Zona Altos de Chiapas e si diede avvio a una maniera di lavorare e a un unico piano di studi14 per tutti i villaggi emanati dal cosiddetto Coordinamento generale del Sistema di Educazione ribelle autonomo zapatista di liberazione nazionale – Zona Altos de Chiapas. Il piano di studi fu redatto da una persona (il Coordinatore dell’Educazione) e per la gran parte era una copia dei piani di studio delle scuole primarie del governo messicano, con la sola differenza che sui temi sociali o ambientali veniva introdotto il punto di vista zapatista o rivoluzionario o di lotta.
Alla base zapatista e a tutta la struttura civile zapatista non veniva chiesta alcuna opinione su ciò che in teoria si stava costruendo collettivamente. E la verità è che mai si è domandato ai villaggi, alle comunità o ai gruppi zapatisti: “in che consiste, come funziona e quale fine si pone la nostra educazione autonoma?” o si è discusso su quali fossero le nostre conoscenze e i saperi che come popolo dovevamo insegnare ai nostri bambini. C’erano persino attivisti nel campo educativo, che da tempo vi lavoravano, a cui non fu chiesta alcuna opinione.
Quello che importava era che si lavorasse sull’educazione autonoma zapatista perché questi erano gli ordini e quindi la cosa principale era che si aprissero scuole e si nominassero promotori in tutti i villaggi (molte volte venivano nominati promotori che non volevano fare quel lavoro o che erano usciti dalla scuola Secondaria Ribelle Autonoma Zapatista “Primo Gennaio” di Oventic e non sapevano come affrontare il lavoro educativo).
Ciò che riuscì a portare a termine la Giunta di buon governo e il suo Coordinamento Generale del Sistema di Ecucazione Ribelle Autonomo Zapatista di Liberazione Nazionale fu un’unificazione dell’educazione autonoma zapatista, il cui risultato immediato fu l’imposizione e il controllo di come si voleva portare avanti l’educazione autonoma della Zona Altos. Come diceva allora il Coordinamento sull’Educazione: una sola educazione.
Si arrivava, disgraziatamente, a situazioni in cui il coordinatore generale dell’educazione o il comandante influente o il comando militare regionale o generale venisse a conoscere qualcuno che lavorava nel campo educativo, rimanesse colpito dai suoi discorsi, e gli affidasse un ruolo o un incarico di promozione dell’educazione senza che vi fosse alcuna relazione con i progetti che si stavano pianificando nel campo dell’educazione autonoma.
Alla metà di giugno (esattamente il giorno 19) del 2005 fu dichiarato un allarme rosso nel territorio zapatista. Il motivo dell’allarme (nel discorso rivolto all’esterno) era una consultazione di tutta la struttura dell’EZLN (truppa insorgente, comandanti, responsabili locali e regionali, base di appoggio) e, nelle parole dell’EZLN, questa consultazione serviva a “fare un bilancio della fase in cui si trova la nostra organizzazione e un’analisi della situazione nazionale attuale. Inoltre, si propone alla base di appoggio, che costituisce il comando supremo del nostro movimento, un nuovo passaggio nella lotta, un passaggio che implica (…) rischiare di perdere il tanto o poco che è stato conquistato (…).”
Più avanti ci dicevano: “è per questo che tutti verranno consultati, per questo si chiede a tutti, per questo si cerca il consenso di tutti (…) Solo allora il collettivo che noi tutti costituiamo prenderà una decisione. Si stanno soppesando i pro e i contro (…) Allora decideremo se faremo un’altra cosa e renderemo subito pubblico il risultato.”15 Alla fine di giugno fu resa nota sui media la Sesta Dichiarazione della Selva Lacandona che attualmente resta in vigore. Nella parte finale vi si afferma: “Mentre riflettete, vi diciamo che oggi, nel sesto mese dell’anno 2005, gli uomini, le donne, i bambini e gli anziani dll’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale hanno già deciso e sottoscritto la Sesta Dichiarazione della Selva Lacandona, hanno firmato coloro che sanno e chi non ha posto la propria impronta, ma sono pochi coloro che non sanno perché siamo andati avanti con l’educazione qui in questo territorio in rivolta per l’umanità e contro il neoliberismo, e cioè sotto il cielo e in terra zapatista”.16
Nuovamente, il discorso suona molto bene ma la realtà fu diversa e fu fatto tutto il contrario.
Racconterò brevemente come fu vissuto l’allarme rosso nel “Caracol de Resistencia y Rebeldía por la Humanidad de Oventic” della Zona Altos.
Fu convocata una riunione urgente di tutti gli zapatisti che stavano lavorando nel Caracol (promotori dell’educazione, della salute, artigiani, autorità) nell’auditorium “Emiliano Zapata” di Oventic. Alla riunione partecipavano vari Comandanti, che spiegavano che era stato decretato un allarme rosso perché era arrivato un ordine dal comando, che si sarebbe passati a un’altra tappa della lotta e che avrebbero posto delle domande17 molto importanti. Le domande erano rivolte a tutti i presenti e bisognava rispondere seduta stante. La prima domanda era la seguente: “Vuoi continuare la lotta?” Alla domanda si poteva rispondere “si” o “no”. Se rispondevi “no” dovevi andartene, prendere le tue cose e abbandonare l’organizzazione zapatista (dell’EZLN). Se la risposta era affermativa, avevi diritto a rispondere alla domanda successiva: “Sei d’accordo a lottare insieme ai lavoratori delle città e delle campagne, ad altri indigeni, giovani, donne, anziani, bambini e bambine ecc.?” Se la tua risposta era affermativa, facevi un giuramento che consisteva nel non rinunciare alla lotta zapatista. Si giurava e infine i comandanti davano l’indicazione che ciascuno tornasse a casa, nella sua comunità, villaggio o gruppo e che lì sarebbero stati avvisati sui passaggi successivi.
Poche settimane dopo, come già detto, apparve sui mezzi di comunicazione la Sesta Dichiarazione.
Prima che apparisse pubblicamente, la Sesta Dichiarazione non fu letta a nessuno della base zapatista, nessuno fu consultato nelle discussioni, affinché esprimesse se era d’accordo o meno e la sottoscrivesse. La base zapatista conobbe la Sesta Dichiarazione solo quando apparve pubblicamente.

Autonomia autoritaria

Le questioni in cui credevo, in quanto anarchico, e che vedevo nello zapatismo, come l’autonomia, l’autogoverno, l’autogestione, l’orizzontalità, le assemblee, sono sfumate e si sono rivelate menzogne.
E non è che si sperasse che l’EZLN fosse anarchico e che la costruzione dell’autonomia fosse tutta positiva, corretta e senza errori. No, credere in questo sarebbe stata un’esagerazione, perché ogni costruzione sociale presenta delle falle, errori, fraintendimenti e cadute. Ma quello che si capiva era che avremmo tutti costruito uno spazio di libertà con la pratica dell’autonomia. Sfortunatamente questo nello zapatismo è impossibile. Il comando, la disciplina e l’obbedienza agli ordini dei superiori sono la cosa più importante. Non esisteva, né si voleva, un’appropriazione reale da parte della base delle teorie zapatiste che venivano enunciate nei discorsi.
Il risultato è la costruzione di una autonomia autoritaria. Sì, può sembrare una contraddizione accostare queste due parole, ma l’autonomia zapatista si può comprendere solo così: come una forma di governo autoritaria. Ben diretta e ben pubblicizzata, poiché esistono due modi di portare avanti il governo: attraverso la propaganda, portata avanti con molto lavoro (attraverso le Giunte del buon governo, Municipi autonomi, promotori di salute e di educazione), e nella maniera che chiamo ufficiale, con la quale come organizzazione sono nati, cresciuti e si sono sviluppati (attraverso la struttura politico-militare). Queste due forme convivono e si aiutano a realizzare il governo autonomo, ma entrano in grande conflitto e chi realmente comanda sono i secondi. (Non bisogna fraintendere queste affermazioni: la base zapatista, i comandanti, i responsabili locali e regionali, le Giunte del buon governo, i promotori accettano questo tipo e forma di governo e di autorità perché è servita nella loro lotta, sono contenti di essa ed è la loro maniera di lavorare e che considerano di successo).18
Davanti a questo panorama e dopo averlo analizzato, come potevo continuare a lavorare con loro? Come potevo giustificare tutto il discorso che si faceva sull’autonomia? Perché accettare questa forma autoritaria di governo e le sue pratiche autoritarie? Perché accettavo il doppio discorso? Perché non esternare queste critiche con i compagni zapatisti? Detto in sintesi, perché non si poteva, perché se lo avessi fatto, o lo avessi solo insinuato, si sarebbe percepito come qualcosa di malvisto, e sarebbe iniziata la sfiducia, il negarmi le informazioni, gli avvisi sul fatto di non mettere tutto in discussione, i castighi e l’espulsione.19
Come anarchico non fui critico e non fui cosciente di quello che stavo facendo. Le nostre critiche tanto radicali verso la società capitalista le lasciavamo parcheggiate per non fare brutta figura davanti ai compagni e ai simpatizzanti zapatisti e per non apparire dogmatici, settari e puristi. Come anarchico ho tollerato azioni nefaste: autoritarismo, inganni, menzogne e discorsi doppi. E come anarchico sono stato in silenzio e non mi sono esposto davanti a questi atti negativi dello zapatismo perché pensavo che “non bisognava intaccare il movimento”, perché “non è il momento”, perché “direbbero che siamo dei traditori, dei venduti e degli infiltrati del governo”, “perché tutto ciò cambierà, siamo solo agli inizi” o perché “siccome siamo dei bianchi, vogliamo imporre il nostro pensiero colonialista.”
Sono passati 25 anni da quando ci siamo avvicinati e coinvolti con lo zapatismo e 25 anni fa avevo creduto che si fosse aperto uno spazio rivoluzionario, ma il risultato è stato solo che mi sono incatenato, felice, all’autoritarismo tipico che pullula nelle organizzazioni di sinistra o democratiche messicane. La cosiddetta rivoluzione si è risolta tutta in uno spettacolo: passamontagna e bandana, in bei discorsi ambigui, in incontri di ogni tipo tra lo zapatismo e i suoi simpatizzanti, in allarme rosso, in Buon governo, in autonomie autoritarie e nel giocare al clandestino armato.
Dopo 25 anni posso affermare che l’anarchismo non ha niente da condividere con l’EZLN. L’unica cosa che vuole lo zapatismo è cooptare gente per la propria organizzazione20, che accetti i suoi discorsi e la sua pratica autoritaria senza battere ciglio. E se davvero ci sentiamo anarchici, dobbiamo rifiutare questo tipo di idee e di pratica.
Continuo a credere che si possa e sia necessario fare una rivoluzione. Continuerò a dirlo e a insistere perché l’essere umano deve essere libero. Perché quello che ho sperimentato nei villaggi, nelle comunità e nelle zone agricole è che quando si parla, si domanda, si discute e si crede in alcune idee si può fare qualunque cosa, senza necessità di grandi risorse economiche e senza leader illuminati o messianici, ed è questo, in essenza, uno degli elementi iniziali per accendere una rivoluzione.
Continuerò sempre a credere che non abbiamo bisogno di comandare né di obbedire, e per la stessa ragione non abbiamo bisogno di buoni governi, né di comitati di governo, né di comandanti, né di assemblee manipolate, né di nulla di simile. Perché quello di cui abbiamo bisogno è essere noi stessi artefici della nostra liberazione con il pensiero, la parola, l’azione e un’organizzazione onesta e sincera.

Javier Herrera

Questa relazione è stata presentata alla 10^ Fiera del libro anarchico organizzata dalla Federación Anarquista de México – IFA il 30 marzo 2019 a Città del Messico.
traduzione di Angela Ferretti

  1. La Rete Amore e Rabbia fu fondata nel 1989 da gruppi anarchici canadesi e statunitensi.
  2. Per comprendere le idee dell’anarchismo rivoluzionario si può consultare lo scritto di Wayne Price, Una historia del grupo anarquista norteamericano Amor y rabia, in www.anarkismo.net.
  3. Comando Generale dell’EZLN, Dichiarazione della Selva Lacandona, Chiapas, Messico, 1993.
  4. Amore e Rabbia, Dichiarazione politica di Amore e Rabbia, “Amore e Rabbia, una pubblicazione mensile anarchica rivoluzionaria”, numero 0, gennaio 1993, Città del Messico, p. 8.
  5. Santa Rosa el Copán fu la capofila ribelle del municipio “Libertad de los Pueblos Mayas”. Si veda: CCRI-CG-EZLN, Parte de guerra y creación de ocho municipios, 11 de diciembre de 1994.
  6. Negli USA continuarono il progetto, ma solo attraverso apporti materiali per la comunità. Si veda: Anarchist Project in Chiapas, in “Love & Rage”. Volume 8, Number 5, Nov./Dec. 1997, USA, p.9.
  7. La storia di Amore e Rabbia e del suo progetto nella zona zapatista meriterebbe uno scritto più esteso poiché molta gente disconosce e addirittura interpreta male quanto realizzato e lo riduce a capricci personali di ex compagni anarchici.
  8. Comandante David, appunti personali, Chiapas, Messico. 2006.
  9. La decisione di continuare a partecipare fu presa anche da altri compagni anarchici che stavano nel Campo di solidarietà diretta “Martiri di Chicago” di Amore e Rabbia, e ciascuno trovò un suo modo di rapportarsi allo zapatismo.
  10. Come dice il nome, si tratta di comunità ubicate a sud del municipio di San Cristóbal de la Casas, ma che comprendono anche i municipi di Amatenango del Valle, Teopisca, Tzimol y Venustiano Carranza. Sono comunità zapatiste di lunga data, non dichiarate ufficialmente, che potrebbero formare uno o due municipi autonomi.
  11. Gerónimo/Jeroen, La solidarietà come automatismo cieco. Riflessioni sul Comitato di solidarietà con il Messico di Amsterdam, “Revista Ekintza Zuzena”, Paesi Baschi, Numero 26, www.nodo50.org.
  12. Appunti personali, Chiapas, Messico, 2005.
  13. Intervista a Amos realizzata da Eduardo Luis Nachman durante la sua permanenza a Oventic, Territorio Autonomo zapatista dello Stato del Chiapas, comunidadabiertadeaprendizaje.blogspot.com.
  14. Nel doppio discorso zapatista il piano di studio si chiama “guida di lavoro”.
  15. S.I. Marcos, Alla società civile, 21 giugno 2005, Messico.
  16. EZLN, Sesta Dichiarazione della Selva Lacandona, giugno del 2005, Messico.
  17. Questo tipo di domande sono quelle che, nel doppio discorso zapatista, si chiamano consulta o votazione dei villaggi. Un altro esempio fu quando si domandò ai villaggi se volessero dichiarare guerra al governo messicano. Adela Cedillo le descrive come “domande retoriche”. Si veda Las Fuerzas de Liberación Nacional y el surgimiento del EZLN, in mx.ivoox.com.
  18. Per una miglior comprensione si veda la seguente tesi: Cedillo, El suspiro del silencio de la reconstrucción de las fuerzas de Liberación Nacional a la fundación del Ejército Zapatista de Liberación Nacional (1974-1983), Messico, 2010.
  19. Se i comandi ti ritenevano meritevole di espulsione ti cancellavano totalmente e tu non esistevi più da nessuna parte, né sul territorio zapatista né fuori.
  20. Nel doppio discorso zapatista sono chiamate “iniziative degli zapatisti”. Tale cooptazione di persone avviene nei comitati civili di dialogo, nei coordinamenti, nelle varie campagne e recentemente con il Consiglio Indigeno di Governo.

testo originale in spagnolo

Adil Belakdim: ancora un assassinio padronale

Ancora sangue per stroncare le lotte dei lavoratori. Dopo il selvaggio pestaggio attuato da alcuni sgherri della proprietà contro lavoratori che attuavano un picchetto di fronte ai cancelli della Zampieri di Tavazzano (Lodi)

E’ stato ucciso a Novara, travolto da un camion che ha forzato un picchetto, Adil Belakdim, 37enne e  Coordinatore dei SiCobas.

In entrambi i casi sono state colpite agitazioni promosse dal Sicobas, sindacato di base molto conflittuale e forte nella logistica. Ormai le aggressioni a mano armata, i tentati omicidi, gli omicidi veri e propri non si contano più…

Quasi in contemporanea con l’omicidio di Tavazzano a Prato un altro picchetto operaio è stato aggredito, ferendo alcuni operai.

La polizia quando è presente assiste impassibile alle aggressioni, salvo intervenire poi con denunce e fogli di via a carico dei lavoratori in sciopero !

Le aggressioni e le violenze non fermeranno le lotte !

 

La distruzione della libertà sindacale in Italia: dallo Statuto dei lavoratori al “Testo unico” del 2014

articolo tratto da “Collegamenti” n. 1, aprile 2021

a) dai consigli di fabbrica alle RSU (1970-1993)

Le mobilitazioni del decennio 1968-1979 avevano conferito al movimento operaio una enorme forza contrattuale, con la nascita spontanea dei consigli di fabbrica e di organismi sindacali di base autogestiti come i CUB e le assemblee autonome. Le burocrazie sindacali erano state costrette a rincorrere le agitazioni con improbabili sforzi unitari (1972 nascita della della federazione sindacale unitaria CGIL-CISL-UIL) e con il riconoscimento dei consigli di fabbrica (ben presto istituzionalizzati)

In questo contesto di mobilitazione generale anche una conquista importante come lo Statuto dei lavoratori (legge 300/1970) era stata percepita come una sorta di compromesso al ribasso.

Ricorda in proposito Luciana Castellina: “È un fatto che anche noi quando in Parlamento venne approvato lo Statuto dei lavoratori, il 20 maggio 1970, quasi ignorammo l’evento; e del resto, come si sa, anche il Pci, sia pure per ragioni diverse dalle nostre, prese le distanze dalla nuova legge; e si astenne.”1

Se questa era la posizione dei settori più moderati della sinistra (come “Il Manifesto”) ben più gravi erano le accuse da parte dei settori più radicali.

In effetti lo Statuto dei lavoratori conteneva alla base un vizio sostanziale che poi si sarebbe trasformato in un valido strumento di repressione delle lotte, quello cioè di attribuire i diritti sindacali non ai lavoratori, ma solo ai sindacati, e non a tutti i sindacati, ma solo a quelli “maggiormente rappresentativi”.

Il Comitato di difesa e di lotta contro la repressione aveva dedicato una attenta analisi alla legge su “Quaderni piacentini” notando con molta lungimiranza:

“Veniamo alle norme sull’attività sindacale e sui poteri del sindacato (art. 19 e segg.), forse la parte più grave dell’intera legge. Si prevede la costituzione di rappresentanze sindacali aziendali, esclusivamente nell’ambito delle maggiori organizzazioni sindacali; a questi organismi è riservato il monopolio dell’esercizio di attività e diritti fondamentali all’interno dei luoghi di lavoro. Leggi tutto “La distruzione della libertà sindacale in Italia: dallo Statuto dei lavoratori al “Testo unico” del 2014”

Collegamenti per l’organizzazione diretta di classe (aprile 2021)

Dopo lunga assenza ricompare, denso (secondo la migliore tradizione) di analisi corpose, la rivista “Collegamenti per l’organizzazione diretta di classe” di cui è appena uscito il numero 1, aprile 2021 per il momento in formato digitale.

Il periodico nasce negli anni Settanta dall’incontro tra:

“1. La tradizione anarchica nella sua versione classista e comunista liberata da incrostazioni ideologiche e da rigidità autoreferenziali.
2. La sinistra comunista tedesco-olandese e, in genere, la tematica consiliare

Il numero del 2016

fuori da ogni impianto determinista.
3. La scuola della composizione di classe di cui si riprendevano le radici antiburocratiche.” (A rivista anarchica, marzo 2002)

Ed ha conosciuto fino ad ora diverse serie, inclusa una falsa partenza nel 2016 

Riportiamo l’indice del n. 1/2021:

Leggi tutto “Collegamenti per l’organizzazione diretta di classe (aprile 2021)”

Una rivista di nome EMMA: impressioni dopo la lettura del primo numero


Abbiamo sotto gli occhi il primo numero della rivista “EMMA. Culture e pensieri libertari” (marzo 2021) e possiamo quindi azzardare qualche valutazione.

La redazione è composta da Sara Marchesi e Carlotta Pedrazzini (già redattrice di “A rivista anarchica”) quest’ultima nell’editoriale “Resistere al deserto” delinea il programma della nuova avventura editoriale:
“affrontare, attraverso analisi di ampio respiro, i problemi del nostro tempo, mantenendo alta l’attenzione critica nei confronti del potere, delle derive autoritarie, delle ingiustizie. Con l’obiettivo di provare a fornire strumenti per l’interpretazione di un contesto socio-politico che rifiutiamo e che vogliamo cambiare” rivolgendosi a lettrici e lettori “senza sicumera e senza la pretesa di detenere la verità”. EMMA sarà un periodico semestrale con l’obiettivo di “ritagliare, all’interno del panorama dell’informazione italiana, uno spazio per i pensieri, le lotte e le esperienze di matrice libertaria, che vada ad affiancarsi a progetti già esistenti.” Il nome della rivista vuole essere un tributo all’anarchica Emma Goldman.

La prima cosa che balza all’occhio è la grafica, bellissima. Nulla a che vedere con l’aspetto spartano di “Umanità Nova”o del “Seme anarchico”.


La seconda è il prezzo: 15 euro per 80 pagine (edizione digitale a 12 euro). Se consideriamo che il prezzo di “A-Rivista anarchica” si aggirava intorno ai 6 euro temiamo che questo elemento possa disincentivare la diffusione del nuovo periodico. Leggi tutto “Una rivista di nome EMMA: impressioni dopo la lettura del primo numero”

EMMA e Collegamenti: due novità nel panorama dei periodici libertari

E’ sempre doloroso registrare la chiusura di un periodico anarchico, come quella di A Rivista anarchica (di cui abbiamo diffusamente parlato).

Oggi invece possiamo registrare la nascita di ben due periodici nuovi:

Il semestrale EMMA (con sottotitolo ” Culture e pensieri libertari”) di cui a marzo 2021 è uscito il primo numero sembrerebbe intenzionato a raccogliere il testimone lasciato da A rivista anarchica. Il nome è ripreso da da “Emma Goldman, anarchica dallo sguardo lucido e tagliente che ha saputo decifrare il suo tempo e prevederne le derive”.

e, vecchia conoscenza, la rivista “Collegamenti Wobbly” che sta per risorgere dalle sue ceneri in una delle sue numerose reincarnazioni, (dopo la falsa ripartenza del 2016).

In attesa di poterla leggere riportiamo una vecchia presentazione che ne ripercorre la storia (da A marzo 2002):

Collegamenti Wobbly si presenta Leggi tutto “EMMA e Collegamenti: due novità nel panorama dei periodici libertari”

Torino: Denunciato per un romanzo

aggiornamento agosto 2021

Il compagno è stato condannato a un anno e mezzo di sorveglianza speciale anche se, pilatescamente, il romanzo non è stato considerato autobiobrafico (però atto a incitare a commettere reati si). La nostra piena solidarietà

11 aprile 2021 Sembravano storie da magistratura borbonica o pontificia, ma vista la location sarebbe meglio dire  sabauda. Accade invece oggi 2021. La magistratura torinese ha chiesto l’applicazione di due anni di sorveglianza speciale per il militante libertario Marco Boba. La colpa ? E’ autore del romanzo Io non sono come voi,  Eris edizioni, pubblicato nel lontano 2015 (risulta esaurito alla casa editrice).

La colpa ? una frase del protagonista del romanzo: Leggi tutto “Torino: Denunciato per un romanzo”

UDINE: ancora persecuzioni poliziesche

Riceviamo e volentieri pubblichiamo:

SIAMO SPIACENTI: continueremo a fare apologia della ribellione e ad oltraggiare l’oppressione

Alcuni giorni fa, una compagna e un compagno hanno scoperto di essere nuovamente indagat* per istigazione a delinquere-apologia (art. 414 c.p.) e diffamazione (art. 595 c.p.)per alcuni contenuti della trasmissione radiofonica Zardins Magnetics, realizzata dalla nostra Assemblea e messa in onda ogni giovedì alle 20.00 su Radio Onde
Furlane. Si tratta dell’ennesimo attacco poliziesco e giudiziario alle attività dell’Assemblea tramite accuse basate su reati definibili come “d’opinione”. Infatti, la compagna e il compagno sotto indagine stanno
già subendo un processo, per i medesimi reati, presso il tribunale di Udine per vari interventi a manifestazioni e un’intervista radiofonica nel 2019. Analogamente, una compagna sta subendo ben tre processi a Trieste per imputazioni di istigazione e oltraggio, per vari interventi
sotto il locale carcere. Pare che le Digos e le procure di Udine e di Trieste vogliano farci pesare penalmente ogni nostra parola che, superando la sterile libertà di indignarsi, rivendichi la libertà di lottare. Leggi tutto “UDINE: ancora persecuzioni poliziesche”

Gig economy, riders e (soprattutto) sfruttamento

Dopo lo sciopero dei riders del 26 marzo 2021 ha finalmente capitolato Just eat (una delle principali aziende di consegne a domicilio) accettando di assumere con contratto di lavoro subordinato 4000 fattorini. Come si dice: “Dio non paga il sabato ma la lotta paga anche la domenica”.

Di seguito un articolo pubblicato sul n. 11 di “Umanità Nova” in contemporanea allo sciopero:

Una delle ultime frontiere dello sfruttamento capitalistico è data dalla cosiddetta gig economy (“economia dei lavoretti”) definita dalla Treccani come “Modello economico basato sul lavoro a chiamata, occasionale e temporaneo, e non sulle prestazioni lavorative stabili e continuative, caratterizzate da maggiori garanzie contrattuali” (1), tra gli esempi tipici gli autisti di Uber e i rider (ciclofattorini) che ci portano a casa cibo e bevande per conto delle aziende di delivery (consegna a domicilio). Leggi tutto “Gig economy, riders e (soprattutto) sfruttamento”

Sul caso Astrazeneca (vaccini, bufale e capitalismo)

Un articolo esemplare da “Umanità Nova”:

Molti anni fa ero nella casa di vari amici e la televisione trasmise le prime immagini a colori di Marte riprese da una sonda che era atterrata – credo fosse Pathfinder[1] – ed una compagna disse al volo: “Accidenti, allora l’acqua c’era davvero”. Noi tutti vedevamo solo una distesa desertica piena di sassi ma lei era una geologa e ci spiegò perché e percome le forme che vedevamo quasi sicuramente erano il segno della loro precedente immersione in acqua allo stato fluido corrente: insomma, il suo sapere le permetteva di vedere cose che noi non vedevamo o, meglio, vedevamo ma non capivamo in mancanza del suo specifico sapere.

All’epoca avevo già una formazione in logica formale che poi nel tempo ho approfondito e allargato in vari campi affini, tra cui la logica induttiva – in altre parole il calcolo delle probabilità e la sua applicazione nella statistica inferenziale. In questi giorni, con lo scoppiare del caso Astrazeneca, ho ripensato spesso a quella sera: mi rendevo conto che comprendevo al volo cose che a molti altri erano assolutamente opache ma, a differenza di noi presenti quella sera, molte delle persone con cui interloquivo non avevano alcun interesse a mutare la loro opinione e ritenevano che la loro credenza, in un campo a loro perfettamente sconosciuto, fosse quella giusta. Nemmeno il fatto che pressoché tutti gli esperti delle motivazioni in base alle quali si assegna un fattore causa/effetto in coppie di eventi simili a quelli di cui si stava parlando – epidemiologi, virologi, immunologi, matematici, logici, statistici – dicessero le stesse cose[2] li smuoveva di un millimetro, anche se si trattava di faccende che potevano essere spiegate facilmente a chiunque.

In effetti, la bufala sul rapporto causale tra vaccinazioni e morti era evidente a chiunque maneggiasse un minimo il concetto di significatività statistica SEGUE

Gorizia: condanne per la manifestazione antimilitarista del 2018

Il 3 novembre 2018 a Gorizia c’eravamo tutte e tutti!

Nelle ultime settimane sono stati recapitati quattro decreti penali di condanna ad altrettanti compagni della regione, in riferimento al corteo antimilitarista del 3 novembre 2018 a Gorizia da noi organizzato, con la richiesta di pagamento per un totale di quasi 11.000 euro. I capi di imputazione contestati sono: manifestazione non autorizzata, imbrattamento e accensioni pericolose di materiale pirotecnico.
Quel giorno una manifestazione di quasi 400 persone percorse le strade del capoluogo isontino per contestare le mortifere celebrazioni militariste e nazionaliste legate al centenario della “vittoria” nella prima guerra mondiale costata milioni di morti, feriti e mutilati.

Un’iniziativa scomoda perché legava il ricordo del primo massacro mondiale con la lotta contro il militarismo e le guerre di oggi. Durante tutto il corteo sono state infatti denunciate le responsabilità del militarismo nostrano nelle guerre che insanguinano tante parti del mondo; responsabilità dirette tramite la produzione e la vendita di armi (di cui un esempio concreto è la fabbrica Leonardo/Selex a Ronchi) e gli interventi militari e neocoloniali dell’esercito a supporto degli interessi delle grandi compagnie a partire dall’Eni.

Una giornata di lotta che è stata da subito ostacolata dalla Questura che, con assurdi pretesti, ha cercato di limitare la nostra visibilità negandoci inizialmente gran parte del centro città. Leggi tutto “Gorizia: condanne per la manifestazione antimilitarista del 2018”

Come ti distruggo la scala mobile… Pagine di storia (1978-1992)

“C’era una volta la scala mobile…” La nostra storia potrebbe iniziare così, ma non è una storia a lieto fine (almeno per ora).

Il meccanismo di indicizzazione dei salari all’aumento del costo della vita (noto come “indennità di contingenza” o “scala mobile”) viene introdotto in Italia fin dal 1945 e poi via via modificato fino alla “unificazione del punto di contingenza” nel 1975. Negli anni settanta costituisce un meccanismo fondamentale per mantenere il valore reale dei salari di fronte all’inflazione.

I detrattori della scala mobile hanno sempre sostenuto che il meccanismo contribuiva ad aumentare l’inflazione in una folle rincorsa prezzi-salari che rendeva illusori gli aumenti salariali. Omettono però di ricordare che l’Italia attuava all’epoca regolarmente delle “svalutazioni competitive” per favorire le esportazioni dei prodotti nazionali: la lira veniva svalutata, aumentavano così le esportazioni mentre importare dall’estero diventava meno conveniente, questo meccanismo produceva inflazione a manetta. Se poi lo sommiamo al vertiginoso aumento del prezzo del petrolio (inflazione importata) in atto dal 1973 scopriamo i veri responsabili dell’inflazione a due cifre che caratterizza gli anni settanta. Leggi tutto “Come ti distruggo la scala mobile… Pagine di storia (1978-1992)”

Storia infame del sindacalismo di Stato

Riproponiamo qui in download dall’originale un articolo datato (pubblicato su Collegamenti-wobbly, gennaio-giugno 2003) che tuttavia non ci sembra aver perso di attualità.

Nel testo viene evidenziata la “singolare” continuità tra la normativa fascista (legge 3 aprile 1926 n. 563) che impose il monopolio dei sindacati fascisti fingendo di mantenere la libertà sindacale e l’attuale normativa “democratica” (D.lvo 30 marzo 2001 n. 165) che consegna il monopolio ai sindacati “concertativi”.

Viene affrontato il tema del collateralismo sindacati-partiti che connota tutta la storia d’Italia e il problema della degenerazione burocratica del funzionariato sindacale

12 dicembre 1969: La strage è di Stato, Pinelli è stato assassinato

La strage di Stato: come è morto Giuseppe Pinelli
Il 12 Dicembre 1969 una bomba esplode nella sede della Banca Nazionale dell’Agricoltura in piazza Fontana a Milano: 14 morti e oltre cento feriti (altri due moriranno in ospedale). Le indagini si orientano immediatamente verso gli ambienti anarchici ignorando gli indizi che portano verso una matrice fascista dell’attentato. Un attentato voluto da settori dei servizi segreti per fermare le grandi mobilitazioni popolari del periodo e appaltato a gruppi fascisti: una strage di Stato. A Milano il 12 Dicembre decine e decine di sospetti vengono fermati, portati in questura e sottoposti a lunghi interrogatori. Tra questi il ferroviere anarchico Giuseppe Pinelli. Leggi tutto “12 dicembre 1969: La strage è di Stato, Pinelli è stato assassinato”

Ricordando Luciano Farinelli, “militante coriaceo”

Ricordiamo insieme Paolo Finzi, direttore di “A rivista anarchica” (recentemente scomparso) e Luciano Farinelli, storico direttore de “L’Internazionale”

“Una persona semplice, un militante coriaceo
di Paolo Finzi  [ da A rivista anarchica  anno 25 nr. 222 novembre 1995]

Il 24 giugno [1995] è morto ad Arcevia (Ancona) Luciano Farinelli. Non aveva ancora compiuto 64 anni. Era nato ad Ancona il 24 settembre 1931. Dopo il ricordo di Liuba Casaccia pubblicato sullo scorso numero, ecco quello di un nostro redattore

Quando, negli anni drammatici ed entusiasmanti che vanno dalla caduta di Mussolini (luglio ’43) all’immediato dopoguerra, il giovane Farinelli si avvicina al movimento anarchico in Ancona, non è certo solo. Sono tanti i giovani che, in quel clima di entusiasmo per la fine della dittatura, di speranze suscitate dalla Resistenza antifascista e di sensazioni di poter finalmente costruire qualcosa di migliore e di radicalmente diverso, entrano in contatto con gli anarchici, si stringono intorno ai numerosi “reduci” dalle galere, dal conflitto, dall’esilio – che costituiscono la colonna vertebrale di un movimento che si riaffaccia sulla scena sociale immediatamente catalizzando una fetta significativa di quelle speranze e di quelle illusioni.
Per ragioni complesse, che vanno anche al di là dei limiti e delle carenze del movimento anarchico (ma certo non vi prescindono), quell’ondata post-resistenziale si prosciugò e la sinistra rimase per decenni sotto la pesante cappa del comunismo stalinista. Il movimento anarchico, pur ridotto fortemente di numero e di capacità di influenza, seppe resistere. Leggi tutto “Ricordando Luciano Farinelli, “militante coriaceo””

BASTA VIOLENZA DI GENERE: Non perdoniamo e non ci lasciamo sottomettere e rivendichiamo l’autodifesa femminista!

(dal blog Affinità libertarie)

Violenza di genere: i dati italiani del 2020 sono un susseguirsi di percentuali aggravate dalla solitudine e dalla chiusura sociale. 

Mentre durante il lockdown  a livello nazionale  la violenza di genere in ambito familiare e domestico ha raggiunto nuovi tristi primati numerici, non sono nemmeno mancati gli episodi di stupro o tentata violenza ai danni delle donne a livello locale

Ricordiamo e riportiamo all’attenzione pubblica lo stupro di Capodanno, quello di ferragosto a Lignano, il tentativo di stupro all’ospedale di Udine avvenuto qualche settimana fa ai danni prima, di una donna in attesa di cure al pronto soccorso e poi, di una donna anziana ricoverata in un reparto, il recente episodio di via Cividale a Udine, dove all’inizio di Novembre cinque uomini tentavano di stuprare una donna e venivano fermati da un altro uomo che si trovava casualmente sul luogo.

Paradossale e al tempo stesso emblematica della logica che tiene in vita la cultura dello stupro é la narrativa di quest’ultima vicenda proposta dalla stampa locale, che preferisce mettere in risalto il carattere eroico dell’intervento da parte dell’uomo, il quale accorre a scongiurare l’aggressione, piuttosto che soffermarsi sulla gravità in sé dell’atto di violenza perpetrata ai danni della ragazza.  

Non sarà certo un caso che non ci si dilunghi sull’identita e nazionalità degli aggressori, in quanto evidentemente non strumentale al consueto discorso di criminalizzazione dello “straniero” e perciò non funzionale alle solite politiche razziste che alimentano liberticide politiche securitarie. Leggi tutto “BASTA VIOLENZA DI GENERE: Non perdoniamo e non ci lasciamo sottomettere e rivendichiamo l’autodifesa femminista!”

4 novembre: festa dei massacratori

Inutile strage ? Certamente è stato inutile il sacrificio di nove milioni di morti (seicentomila in Italia) inutilmente ammazzati, tra i quali è stata ripescata la salma di un povero caduto, un “milite ignoto” da imbalsamare come simbolo del militarismo patriottico. Assai utile invece per i grandi industriali che, comodamente imboscati nelle retrovie, hanno fatto i miliardi a spese del bilancio dello Stato: come la FIAT, passata da quattromila a quarantamila dipendenti durante il conflitto…

Vale la pena di leggere qualche riga dai ricordi di uno che in trincea c’è stato davvero:

“Tutti la guerra la facevamo per vigliaccheria, non per coraggio. Ci chiamavano e non avevamo il coraggio di fare il disertore: allora dovevamo fare la guerra.

In un primo momento avevano messo in prima linea anche i carabinieri sul Podgora, al Pneumo. Li hanno mandati all’assalto, ma ci sono rimasti tutti, la maggior parte uccisi dai soldati italiani che sparavano loro nella schiena. All’ultima offensiva di agosto, alla quale ho preso parte a Gorizia sul Monte San Marco, è venuto un plotone di carabinieri da Udine con il motto ‘O morti o decorati”: Ma non li avevano mandati per andare all’assalto contro gli Austriaci ma per mandare gli Italiani ad ammazzare e a farsi ammazzare. Il primo assalto era andato male […] i carabinieri venivano a cercarci nelle gallerie, a vedere che mostrine avevamo sulla divisa. Se le avevamo da mitragliere ci lasciavano andare, ma se erano di fanteria allora voleva dire che si era scappati via dalla prima linea. Allora li prendevano e li tiravano fuori come maiali, quando li tirano fuori dalla stalla per ammazzarli: li mettevano su, davano un colpo di moschetto nella schiena… Quando vedevo queste cose, mi vergognavo, piangevo: ‘ma guarda quanto siamo vigliacchi, non siamo capaci di sparare a queste canaglie di carabinieri’. Leggi tutto “4 novembre: festa dei massacratori”

La morte di “A rivista anarchica” ?

Dopo la tragica morte di Paolo Finzi (20 luglio 2020), storico direttore di “A rivista anarchica”, la redazione ha comunicato l’interruzione delle pubblicazioni. Tale comunicazione è avvenuta inizialmente solo attraverso la mailing list della rivista stessa giustificandola con le gravi condizioni economiche e con la “precisa decisione di Paolo, che tra le sue ultime volontà ha indicato di “cessare l’attività” di Editrice A.”

Solo molto tardivamente, quando già erano esplose le polemiche il comunicato è apparso sul sito della rivista

Nel frattempo Enrico Finzi, fratello di Paolo, sul suo blog personale ha dato la notizia pubblicamente con parole di fuoco (riportiamo testualmente): Leggi tutto “La morte di “A rivista anarchica” ?”

VERSO UN NUOVO LOCKDOWN (21.10.2020)

Che cosa c’è di logico nella politica italiana ?

Si inneggia alla folla che si assiepa per vedere il giro d’Italia, si continua a disputare il campionato di calcio riunendo fino a mille spettatori e nel contempo si chiede alla gente di stare chiusa in casa per non diffondere il contagio !

Un’estate per convincere la gente ad affollare le spiagge e i bar, un autunno all’insegna del coprifuoco notturno.

Esaltazione dei medici ed infermieri eroi da una parte, dall’altra mancata assunzione del personale medico e paramedico necessario e contratti capestro per il personale sanitario.

In fabbrica e sui mezzi di trasporto assiepati perchè bisogna produrre. A scuola didattica a distanza….

C’E’ DEL METODO IN QUESTA FOLLIA

 

La speculazione capitalistica, l’assenza di vaccini in Lombardia e lo smantellamento dell’Istituto Sieroterapico

Mentre si scopre la carenza di vaccino antinfluenzale in Lombardia e (per l’insipienza o peggio dell’amministrazione regionale) le dosi necessarie vengono acquistate al quadruplo e più del loro valore di mercato risulta interessante ricordare l’esperienza dell’Istituto Sieroterapico Milanese “Serafino Belfanti”, fondato nel 1894, divenne ben presto un orgoglio nazionale nella produzione dei vaccini.

Cent’anni dopo, nella craxiana Milano da bere, è ridotto al lumicino con 50 miliardi di lire di debiti accumulati e costretto a chiudere i battenti.

La cessione dell’area su cui sorgeva divenne oggetto di una indegna speculazione edilizia (ricordata tra le peggiori dell’epoca di “Mani pulite”.

Oggi l’esistenza di una istituzione strategica come l’Istituto Sieroterapico avrebbe fatto molto comodo…ma la logica del profitto ha deciso altrimenti

Riprendere l’iniziativa, uscire dallo stato d’emergenza

Mentre ormai si parla di riaprire a breve i parrucchieri e di consentire la celebrazione delle messe, non si sente nulla sul ripristino degli elementari diritti di manifestazione (anche se con tutte le garanzie di precauzione e “distanziamento sociale”).

Torino 9 maggio 2020 Flash mob cooperative di assistenza, organizzato dalla CUB

In realtà le norme repressive delle ultime ordinanze, miscelate a quelle dei decreti Salvini, vengono utilizzate in modo sapientemente repressivo tollerando in genere le manifestazioni di bottegai furenti per il lockdown (anche quando si ammassano in gruppi compatti) e sanzionando pesantemente iniziative politiche (anche quando condotte da singoli militanti).

In questo senso vanno salutate con favore le iniziative di

Bologna, 8 maggio manifestazione davanti alla Regione, organizzata dal Si cobas

lotta condotte in alcune realtà più avanzate (come Torino o Bologna) soprattutto da parte di organismi di base di lavoratori. Come pure gli scioperi e le agitazioni in numerose fabbriche per il diritto alla salute.

AVANTI COSI’ ! RIPRENDIAMOCI I NOSTRI DIRITTI !

TRIESTE: Manifestazione del 1 maggio e repressione

Sullla manifestazione di ieri  a Trieste (il TG3 parla di oltre cento denunce) riceviamo e volentieri pubblichiamo i seguenti comunicati. Ovviamente massima solidarietà con chi viene colpito/a per aver voluto esercitare un elementare diritto peraltro (molto teoricamente) garantito pure dalla costituzione (ma già, siamo in pieno stato d’eccezione) i bottegai possono liberamente manifestare in piazza, gli operai ammassarsi in fabbrica per produrre ma manifestare per il 25 aprile o I maggio è reato !)

*Sui fatti di Campo S. Giacomo, a Trieste, nella mattinata del Primo Maggio 2020*


Siamo i compagni e le compagne che hanno retto lo striscione con la scritta “*Il virus uccide Il capitalismo di più*”.

Stamattina ci siamo recati, come molti altri, in Campo S. Giacomo, su
invito della Rete Triestina per il Primo Maggio e della Rete
Antifascista-Antirazzista, per testimoniare il nostro punto di vista sulla
situazione attuale, determinata dall’epidemia di coronavirus e sulle
dinamiche sociali ed economiche dominate da provvedimenti di sospensione –
o quantomeno di forte limitazione – delle libertà individuali e collettive
(diritto di manifestare, diritto di sciopero…), proprio nel momento in
cui il prezzo della crisi è e sarà pagato principalmente dai soggetti più
deboli e sfruttati. Leggi tutto “TRIESTE: Manifestazione del 1 maggio e repressione”

Primo Maggio: riprendersi le strade !

manifestazione del 1 maggio 2020 a Trieste

Mentre in tutta Italia i commercianti manifestano liberamente in piazza (spesso senza nemmeno bisogno di comunicarlo alla questura, come la legge imporrebbe). Si continua pervicacemente a proibire le inziative politiche (dei gruppi antagonisti  ovviamente, alla Meloni nessuno impedisce di manifestare in piazza), quando poi non capita che un manipolo di persone che stavano portando fiori alle lapidi partigiane vengano pestate brutalmente dalla polizia : ALTRO CHE REGIME !

In questo clima asfissiante giungono come una boccata d’ossigeno notizie come quella di stamattina da Trieste: oltre duecento persone si sono riunite spontaneamente nella piazza da cui di solito parte la manifestazione del I Maggio improvvisando un’assemblea pubblica (con rispetto delle distanze, mascherine ecc.). Inevitabile la provocazione della polizia nei confronti di una piazza pacifica.

A Torino c’è stato uno sciopero dei riders (così riscopriamo le origini del I Maggio) con manifestazione di piazza

In una fabbrica di Varese il sindacato di base CUB, a dispetto di CGIL-CISL-UIL ha ottenuto il diritto ad assemblee in orario di lavoro e ne ha svolto una il 29 aprile (se si può lavorare perchè non si può fare assemblea sindacale ?)

Varie iniziative a Bologna

AVANTI COSI’ !!

Stato d’eccezione e covid 19

In un articolo sulla Busiarda (La Stampa di Torino) del 20 aprile 2020  Massimiliano Panarari affonda il dito nella piaga:

Quando la tua casa diventa un carcere

Con l’emergenza coronavirus il governo ha proclamato lo Stato d’eccezione sospendendo di fatto le garanzie costituzionali – argomenta l’articolista –  ora come insegna il filosofo Carl Schmitt (che non casualmente fu poi sostenitore del nazismo) “Sovrano è colui che decide sullo stato d’eccezione” (ovvero traduciamo noi: il vero potere c’è l’ha chi ha il potere di sospendere le leggi fondamentali facendone strame). L’articolista prende quindi atto con malcelata soddisfazione della svolta golpista e invita Conte ad un maggior decisionismo in favore delle “giuste ragioni del mondo industriale”. Parole chiarissime.

Con la consueta miopia risponde Francesco Pallante sul “Manifesto” del 22 aprile belando che no, non di stato d’eccezione si tratta ma di semplice “Stato di emergenza sanitaria” proclamato legalmente sulla base del Codice della protezione civile ! Il buon Pallante si ricorda che le dittature fascista e nazista vennero instaurate in modo perfettamente legale ? Evidentemente no. Leggi tutto “Stato d’eccezione e covid 19”

Riprendiamoci la strada !

Le misure di distanziamento anticoronavirus hanno di fatto sospeso tutte le garanzie politiche (di per sè già molto precarie, come ben sappiamo…). Già il governo Conte 1 ha pesantemente ridotto la libertà di manifestazione. Ora rischiamo di chiudere anche i residui spazi di libertà. Occorre mantenere alta la vigilanza.

Segnaliamo quindi con favore sia la rivolta di Torino contro i soprusi polizieschi, sia le iniziative di “borsa solidale” a Milano, sia la manifestazione “alternativa del 25 aprile a Udine. Con l’augurio che queste iniziative si moltiplichino.

RIPRENDIAMOCI LA STRADA !

coronavirus, sanzioni penali e stato di eccezione

Siamo ormai in pieno “Stato di eccezione” giustificato dall’emergenza sanitaria. Cose fino a ieri ovvie ora sono proibite. L’attività politica (non virtuale) è diventata (quasi) impossibile:

AGGIORNAMENTO 25 MARZO 2020

Con il decreto legge 19/2020 le sanzioni penali sono state trasformate in sanzioni amministrative consistente nel pagamento di una somma da euro 400 a euro 3.000 mentre non si applicano più le sanzioni contravvenzionali previste dall’articolo 650 del codice penale  le sanzioni sono aumentate fino a un terzo se chi compie la violazione è alla guida di un veicolo. Evidentemente lo Stato si è reso conto che il numero enorme di denunce penali sava ingolfando gli uffici giudiziari.

Sono però state aggravate le sanzioni penali per chi viola la quarantena: in questi casi si rischia la reclusione da uno a cinque anni.

13 marzo 2020

Vogliamo qui sottolineare una cosa importante:

Le sanzioni previste dai recenti decreti anticoronavirus per chi viene trovat* per strada senza valido motivo sono sanzioni penali, non amministrative. Leggi tutto “coronavirus, sanzioni penali e stato di eccezione”

Ancora un po’ di tempo e lo stato farà mettere le sbarre e le porte blindate anche nelle nostre case…

“Ancora un po’ di tempo e lo stato farà mettere le sbarre e le porte blindate anche nelle nostre case…” così scriveva Anacleto (militante anarchico di Milano) nell’ottobre 1982 riferendosi al supercarcere di Voghera (Abbattere le mura del cielo, p. 192).

Parole che oggi suonano profetiche. Certo oggi c’è una emergenza sanitaria, certo la quarantena è oggi necessaria… Però, però quando mai non siamo in stato di emergenza ?

Teniamo alta la guardia per evitare che queste limitazioni alla libertà di movimento diventino a poco a poco permanenti…

ABBATTERE LE MURA DEL CIELO: Storie di anarchiche, anarchici e occupazioni (Milano 1975-1985)

Una ricerca sulle occupazioni anarchiche a Milano che colma un vuoto.

Presto in libreria per Zero in condotta il libro di Mauro De Agostini, ABBATTERE LE MURA DEL CIELO: Storie di anarchiche, anarchici e occupazioni (Milano 1975-1985), Euro 15,00.

“Il soffocante clima ideologico di questi anni ha completamente oscurato la ricchezza progettuale, le speranze di cambiamento e la complessità del Movimento degli anni settanta, spesso ridotto, con una grave deformazione prospettica, a semplice premessa e cornice del “terrorismo”.

Il libro, ricco di documenti e di testimonianze, ricostruisce la storia di alcune occupazioni anarchiche a Milano tra il 1975 e il 1985, in particolare le vicende che vanno dall’occupazione di via Conchetta 18 e Torricelli 19 (1976) allo sgombero di via Correggio 18 (1984).

Un “microcosmo” militante, in cui si riverberano le vicende del movimento anarchico italiano e più in generale quelle dell’intero Movimento del 1968-77. Lotte, poesia, repressione: dalle lotte degli ospedalieri e degli altri lavoratori a quelle per il diritto alla casa Leggi tutto “ABBATTERE LE MURA DEL CIELO: Storie di anarchiche, anarchici e occupazioni (Milano 1975-1985)”

Udine: reading donne anarchiche in Spagna

SABATO 12 OTTOBRE 2019
LABORATORIA AUTOGESTITA VIA DE RUBEIS 43 UDINE
ORE 20.00 Buffet Vegan di autofinanziamento
a seguire (21.00/21.30 circa)
reading teatrale del MIRLI PACETTI CIRCUS

COME UNA LUCE CHE SI ACCESE

Pioniere e rivoluzionarie: donne anarchiche in Spagna (1931-1975)

COME UNA LUCE CHE SI ACCESE è un racconto corale femminile che narra il coinvolgimento di undici donne libertarie nella guerra e rivoluzione sociale spagnola e nella lotta contro il franchismo, dagli anni ’30 fino al 1975.

È un reading che intreccia alle testimonianze raccolte dalla storica catalana Eulàlia Vega nel saggio Pioniere e rivoluzionarie. Donne anarchiche in Spagna 1931-1975 (Zero in condotta, 2017) alcuni canti popolari e sociali dell’epoca e una canzone inedita. Sullo sfondo dei racconti, una dettagliata narrazione storica degli avvenimenti evocati in prima persona e la proiezione di immagini d’epoca. Segue

TRIESTE: occupato e subito sgomberato uno spazio sociale

Nella giornata di ieri [28 settembre 2019] l’esperienza dello spazio sociale autogestito “Breccia” è stata stroncata dopo pochissime ore da un massiccio intervento di solerti tutori dell’ordine. Non c’è stato nessun margine di trattativa, il messaggio era chiaro: in questa città non vi deve essere nessuno spazio sottratto al degrado e all’abbandono tramite la pratica dell’azione diretta. Leggi tutto “TRIESTE: occupato e subito sgomberato uno spazio sociale”

Il fascismo e il Salone del libro di Torino

Sono torinese di nascita e non di adozione, ho frequentato numerosissimi “Salone del Libro” di Torino perché mi piacciono i libri e perché mi è sempre venuto comodo andarci, mantengo ancor una buona memoria e detesto i fascismi e in genere tutte le forme dittatoriali o autoritarie e tante altre cose che sarebbe troppo lungo dilungarmi qui.

Ricordo bene, dunque, da lontano frequentatore di quel salone con la S maiuscola, di aver sempre impattato, ahimè!, in case editrici di estrema destra, fasciste o, persino, amichevolmente naziste: piccole case editrici, di piccole città, animate e sostenute da piccoli (e miserrimi) accoliti. Questa case editrici facevano parte di quel variegato mondo inclassificabile che andava sotto il nome di editoria indipendente e che, al pari della musica non omologata, si annoverava in quel novero di produzioni sottratte alla grande produzione e distribuzione del capitale librario. L’articolo di Pietro Stara segue su “Umanità Nova”

I MORTI SONO TUTTI UGUALI ? RAMELLI E AMOROSO

Gaetano Amoroso, vittima dello squadrismo fascista

Ogni anno, il 29 aprile, la destra milanese ricorda rumorosamente l’uccisione del giovane studente di destra Sergio Ramelli morto nel 1975 (quest’anno anche con l’augusta presenza del Sindaco Sala e di altri maggiorenti PD). Mentre passa sotto un silenzio quasi totale l’anniversario della morte, avvenuta lo stesso giorno del 1976, del giovane militante comunista (Comitati antifascisti) Gaetano Amoroso vittima di un agguato fascista.

Già questo fatto mostra plasticamente che “non tutti i morti sono uguali”.
Quest’anno (2019) alla commemorazione di Gaetano Amoroso in piazzale Dateo (organizzata meritoriamente ogni anno da un, purtroppo assai piccolo, gruppo antifascista) hanno partecipato  anche l’ANPI e (a sorpresa) il PD. Nel suo discorso il segretario del’ANPI Cenati non ha trovato di meglio che mettere sullo stesso piano la morte di Amoroso e dell’agente Marino (uccisi dai fascisti) e quella dei neofascisti Ramelli e Pedenovi dicendo che, appunto, “i morti sono tutti uguali”

Immaginiamo che il prossimo 25 aprile Cenati deplorerà l’impiccagione postuma di Mussolini in piazzale Loreto !

Hegel distingueva la “conoscenza dell’Intelletto” da quella “della Ragione”. L’Intelletto analizza in modo astratto i fatti singoli, senza saperli collegare, la Ragione comprende il contesto e nel contesto complessivo individua ed ordina il significato dei singoli fatti. Leggi tutto “I MORTI SONO TUTTI UGUALI ? RAMELLI E AMOROSO”

Il 25 Aprile, gli anarchici e le manifestazioni “istituzionali”

Capita talvolta di vedere degli “anarchici” partecipare, diligentemente accodati, alla manifestazione istituzionale del 25 Aprile. E per istituzionale non intendiamo organizzata dall’ANPI (magari, fosse solo questo !). Intendiamo manifestazioni con picchetti armati che rendono gli onori militari, banda musicale dell’esercito, discorsi delle massime autorità ! E se capita poi che l’autorità di turno sia fascista ? Qualche fischio, un volantino di critica e la coscienza è lavata…
Ci permettiamo di dissentire. Va bene la “responsabilità individuale” ma quando è troppo è troppo. Leggi tutto “Il 25 Aprile, gli anarchici e le manifestazioni “istituzionali””

15 APRILE 1919: L’ASSASSINIO DI TERESA GALLI E L’INIZIO DELLA “CONTRORIVOLUZIONE PREVENTIVA”

La prima guerra mondiale si era conclusa con un bilancio spaventoso: secondo le stime ufficiali almeno dieci milioni di morti (6-700.000 in Italia); a questi bisogna però aggiungere un numero enorme di mutilati, invalidi e ammalati di tubercolosi nelle trincee che andarono poi ad ingrossare il numero delle vittime. La popolazione, stremata dagli stenti bellici, venne poi decimata dalla diffusione della febbre “spagnola” (ben 40-50 milioni di morti).

Mezza Europa era scossa da moti rivoluzionari: nel febbraio 1917 la Russia, nel novembre 1918 Germania e Austria (con la proclamazione della repubblica), in Ungheria veniva addirittura proclamata la “repubblica dei soviet” (marzo 1919).
In questo clima anche l’Italia era percorsa da forti agitazioni popolari e la possibilità di “fare come in Russia” sembrava a portata di mano. Era l’inizio del “Biennio Rosso”. (SEGUE)

SUL CORTEO TRIESTINO DEL 13 APRILE “PRIMA LE PERSONE”

Viviamo in tempi cupi. Il razzismo che ci circonda è ormai entrato in maniera esplicita in ogni ambito collettivo e permea le nostre società. Gli argini si sono rotti: essere razzisti è diventato normale, un’opinione come un altra. Del resto la legittimazione arriva “dall’alto”: leggi sempre più apertamente razziste, decreti per l’ordine pubblico sempre più repressivi, l’ossessione per il “decoro”, delineano una progressione autoritaria del campo politico.

Di fronte a tutto ciò, scendere in piazza contro il razzismo è ovviamente giusto e necessario, ed in questo senso l’iniziativa del 13 aprile -promossa da una rete di associazioni che operano nel campo della solidarietà- non è sicuramente un fatto negativo.

Vi sono però delle questioni politiche che non possono restare sotto il tappeto, se si vuole che l’antirazzismo sia una pratica concreta, coerente, quotidiana. La lotta alle politiche del governo giallo-verde non può che essere netta e radicale; occorre però guardarsi bene dai “compagni di strada” che questa lotta può portarci a trovare nelle piazze.

In questo senso l’entusiastica adesione del PD regionale e delle sue varie filiazioni (esattamente come avvenuto al corteo di Milano del 2 marzo di cui l’appuntamento triestino è “figlio”) pone una pesante ipoteca sulla giornata. Le politiche portate avanti da questo partito negli ultimi vent’anni sono state all’insegna di un razzismo di Stato che,al netto di una effettiva accelerazione, sono in perfetta continuità con quelle attuali. Gli esempi purtroppo non mancano: dai lager per migranti denominati Cpt creati nel 1998 dalla legge Turco-Napolitano agli attuali Cpr promossi dal Ministro Minniti, dal vanto per aver totalizzato un numero maggiore di espulsioni rispetto all’attuale governo, alle pratiche di esternalizzazione delle frontiere, con i finanziamenti a Libia e Turchia. In generale, il Pd è complessivamente corresponsabile della progressiva chiusura di pressochè ogni canale di ingresso e soggiorno legali in Italia,causa originaria dei viaggi della disperazione e di ciò che ne consegue, anche in termini di vite umane. Leggi tutto “SUL CORTEO TRIESTINO DEL 13 APRILE “PRIMA LE PERSONE””

REPRESSIONE A TORINO: sgombero dell’Asilo occupato, arresti per “associazione sovversiva”

L’attacco all’Asilo, l’accusa di associazione sovversiva, la normalizzazione violenta di un quartiere

Era l’alba del 7 febbraio. Sin dalla tarda notte c’erano stati segnali d’allarme: decine di mezzi blindati della polizia in movimento per la città. La sorpresa, programmata con cura, non aveva funzionato. Quando un esercito di poliziotti, carabinieri, guardie di finanza e Digos hanno fatto irruzione all’Asilo occupato di via Alessandria, cinque anarchici sono riusciti a salire sul tetto. Vi rimarranno per oltre 30 ore, nonostante il freddo rigido e l’assedio degli uomini e delle donne della polizia politica.
La stessa mattina la polizia entrava nella casa occupata di corso Giulio Cesare per effettuare alcuni arresti.
Lo sgombero di una delle occupazioni storiche della città è coinciso con l’Operazione “Scintilla“, che la Procura torinese ha aperto nei confronti di una trentina di attivisti contro la macchina delle espulsioni e i CPR, le prigioni amministrative per immigrati senza documenti. Il pubblico ministero Manuela Pedrotta ha chiesto ed ottenuto la detenzione in carcere per sei anarchici.
L’accusa, rispolverata per l’occasione, è di associazione sovversiva, l’articolo 270 del codice penale, uno dei tanti strumenti affinati nei decenni per colpire chi si unisce per trasformare radicalmente l’assetto politico e sociale in cui tanta parte dell’umanità è forzata a vivere. Un’accusa che colpisce l’identità politica al di là dei singoli episodi che vengono assemblati per criminalizzare le lotte, tentare di isolare compagni e compagne dal contesto sociale in cui si muovono. SEGUE SU ANARRESINFO